Brexit New Deal: che succede

di Piero Giuseppe Goletto

 Si avvicina, o forse si dovrebbe dire che incombe, la data del 31 Ottobre 2019, decorrenza del cosiddetto “no deal” tra Regno Unito e Unione Europea.

La Commissione Europea vuole pervenire a un accordo per garantire un’uscita graduale (ordinata) del Regno Unito dalle istituzioni e dall’ordinamento europeo; in effetti l’accordo sottoscritto da Theresa May prevede che fino al 31 dicembre 2020 il Regno Unito continui ad applicare il diritto europeo e le norme dell’unione doganale.

I nodi però sono molti. Il Parlamento ha bocciato tre volte l’accordo trovato dal governo di Theresa May e l’Unione Europea; non ha accettato né di tenere un secondo referendum (come alcuni hanno chiesto) né di appoggiare il ritiro della richiesta ex articolo 50 del Trattato di Lisbona (quello che ha innescato Brexit), ha bocciato il “no deal”, l’uscita senza accordo, e si è espresso contro eventuali elezioni anticipate. E’ stata approvata lo scorso 6 settembre una legge che impone al governo britannico di chiedere all’UE una ulteriore proroga fino al 31 gennaio 2020, se prima del 19 ottobre non si raggiungerà un accordo di recesso con Bruxelles.

Lo scenario è molto complesso perché i problemi sul tappeto sono molti. Il più importante sembra essere la clausola di backstop, ossia la creazione di un’unione doganale che comprenderà l’Eire e l’Irlanda del Nord, dove si applicherà il codice doganale dell’Unione Europea. Inoltre, a fronte di una effettiva Brexit la Scozia potrebbe chiedere di staccarsi dal Regno Unito.

La situazione nel caso di “no deal” non è favorevole per l’Italia (in realtà non è favorevole a nessuno).

A differenza di quanto accaduto fino a oggi, fino a quando cioè il Regno Unito faceva parte dell’Unione Doganale Europea, in caso di “no deal” il regime doganale per chi esporta diventa in pratica lo stesso previsto per gli Stati extraeuropei e, in particolare, comporta l’applicazione di tariffe doganali.

Il “no deal” renderebbe  il Regno Unito un “Paese Terzo” rispetto all’Unione Europea e questo avrebbe palesi conseguenze per i turisti.

In particolare, potrebbe essere necessario il passaporto per valicare i confini di Sua Maestà, le patenti Ue potrebbero non risultare valide, l’imposta di soggiorno diventare obbligatoria e i costi dei biglietti aerei subire un’impennata, insieme alle commissioni applicate dagli uffici di cambio valuta.

Di contro, In base all’accordo raggiunto fra Londra e Bruxelles nel dicembre scorso, ogni europeo, studenti inclusi, arrivato in Gran Bretagna fino al 29 marzo 2019, avrà diritto di restarci a tempo indeterminato.

Perché si è arrivati a questo punto? Ci è capitato di leggere una interessantissima intervista a Francesco Sisci, sinologo ed editorialista di Asia Times, su ilsussidiario.net. Egli propone un punto di vista rilevante: ci si aspettava che il referendum sulla Brexit tenutosi nel 2016 fallisse con un piccolo margine, sufficiente però a negoziare diritti speciali dall’Unione Europea e per questo serviva avere una posizione rafforzata.

A che servivano questi diritti speciali? A porre la Gran Bretagna quale facilitatore dei rapporti tra Cina, Stati Uniti, Unione Europea – in uno scenario molto diverso da quello odierno, basti pensare alle tensioni commerciali tra Cina e USA