La Legge Siccardi

di Alessandro Claudio Giordano

 Nella storia del nostro paese non sono mancate le occasioni di attriti tra i singoli stati e lo Stato Pontificio. In tanti anni tutto si era fermato a polemiche tra le parti, piccoli ricatti legislativi.

In buona sostanza ripicche di poco conto fermo restando il reciproco rispetto per lo stato delle cose. La sconfitta del Regno di Sardegna nello scontro contro l’Austria durante la Prima guerra d’Indipendenza Italiana resa ufficiale con la firma degli accordi di pace di Milano del 1849 cambiò le prospettive della politica sabauda. Il nuovo Re Vittorio Emanuele II non soddisfatto della risoluzione della guerra riprese in mano la situazione del Regno dando ferma fiducia al Primo Ministro Massimo d’Azeglio da lui stesso nominato il 6 maggio 1849 e che tanto si era speso per la risoluzione della guerra. Questi guidò il governo in un periodo di profonda crisi del Regno di Sardegna. Infatti la fine della guerra aveva lasciato numerosi strascichi a livello economico e sociale. La necessità di rinnovamento era molto pressante sia fuori dal palazzo di governo che all’interno delle aule dell’esecutivo. Diremmo che il governo D’Azeglio ebbe il compito di condurre il Regno fuori dalle sabbie mobili di una politica consumata da una sorta di immobilismo. La prima manifestazione concreta di questo rinnovamento e di questa rottura con le linee politiche del passato si ebbe con l’approvazione da parte del governo D’Azeglio delle Leggi Siccardi, leggi che abolivano i tre fondamentali privilegi acquisiti dalla Chiesa nel corso degli anni.

Il tribunale ecclesiastico il quale era l’unica istituzione a poter processare per qualunque reato gli uomini di Chiesa. Il Diritto d’asilo, per cui ogni uomo poteva chiedere asilo nei luoghi sacri e così, non essere perseguibile dalla legge o dallo Stato dentro tali luoghi. Ultimo l’inalienabilità dei possedimenti cioè il possesso perpetuo di tenute da parte della Chiesa, possedimenti non soggetti a imposte o ordinamenti dello Stato. Le leggi siccardi furono approvate dalla maggioranza, ma dovettero forzare resistenza da parte dei conservatori maggiormente legati alla Chiesa Cattolica. Il progetto di legge fu presentato il 25 febbraio del 1850 inizialmente come un unico progetto dii legge, in seguito fu suddiviso in tre progetti separati che furono approvati e poi promulgati dalla Corona il 9 aprile. L’emanazione delle leggi provocò uno strappo concreto tra i due contendenti e ne compromise i rapporti politici. Figura molto importante in questa fase transitoria fu quella del Camillo Benso di Cavour. Il Conte venne eletto come deputato durante le elezioni del 1849 e diremmo fu una figura politica più salda del Regno di Sardegna oltre ad essere uno dei sostenitori più ferventi delle leggi Siccardi. Ovvio che questo gli procurò una rottura netta con gli ambienti clericali, tanto da colpire i suoi affetti più cari. Così Pietro di Santarosa ministro delle attività agricole e del commercio del Governo D’Azeglio, carissimo amico di Cavour in punto di morte non ricevette l’estrema unzione per la politica anticlericale portata avanti dal governo. Il governo d'Azeglio aveva attuato il programma di riforme grazie anche ad un forte appoggio di Vittorio Emanuele II. Per il mondo cattolico le Leggi Siccardi erano una violazione unilaterale del Concordato stipulato dalla Santa Sede e dal Regno di Sardegna nel 1841. Gli attriti successivi sfociarono alcuni anni più tardi nella crisi Calabiana. Una crisi istituzionale scoppiata nel Regno di Sardegna nel 1855. Scaturì dalla proposta del primo governo Cavour di far approvare una legge anticlericale sui conventi, alla quale si opposero il Senato Subalpino ed il re Vittorio Emanuele II di Savoia. La crisi prese il nome dal principale oppositore della legge: il vescovo di Casale e senatore del Regno Luigi Nazari di Calabiana. Di fronte all'opposizione del Senato e del Re, Cavour si dimise, ma tornò al potere dopo qualche giorno e riuscì ad accordarsi con il Senato e a far passare la norma che fu firmata dal Re il 29 maggio 1855. In risposta, Papa Pio IX scomunicò tutti coloro che avevano permesso l'approvazione. In questa fase vittorio Emanuele ebbe più di un tentennamento. La riforma sui conventi prevedeva la soppressione nel Regno di Sardegna di tutte le corporazioni religiose, ad eccezione di quelle che facevano capo alle Suore di Carità e alle Suore di San Giuseppe, dedite all'assistenza dei malati e all'istruzione. Ad essere attaccati erano soprattutto gli ordini mendicanti, definiti come nocivi alla moralità del Paese e contrari alla moderna etica del lavoro. Ad essere attaccat in buona sostanza erano soprattutto gli ordini mendicanti, nocivi alla moralità del Paese e contrari alla moderna etica del lavoro. I beni di questi enti avrebbero formato la Cassa ecclesiastica il cui unico scopo sarebbe stato quello di pagare le pensioni ai sacerdoti ed ai monaci degli enti soppressi. In fase di presentazione della legge il presidente della Camera Bon Compagni, il Ministro della Giustizia Rattazzi, il Presidente del Consiglio Cavour, il deputato giudice Cadorna, il giurista Luigi Melegari parlarono tutti a favore della legge, senza però cedere alle richieste della sinistra che chiedeva la soppressione di tutti gli ordini religiosi del regno. La legge sui conventi fu votata alla Camera il 2 marzo 1855, con una maggioranza di 117 voti contro 36. Per il Senato le cose erano un poco differenti e con l’aiuto del re Vittorio Emanuele II, alcuni senatori cattolici propose che l’episcopato offrisse 900.000 lire per il sostentamento dei parroci poveri. Questa mossa avrebbe dovuto far perdere la maggioranza. Cavour si dimise per poi tornare alcuni giorni dopo. Approvata al Senato il 22 maggio con 53 voti favorevoli contro 42, la legge tornò alla Camera. E qui trovò l'opposizione del conservatore Solaro ma anche, ritenendola troppo debole, le critiche dei deputati della sinistra che comunque la votarono. Approvata anche alla camera il 28 maggio, la legge venne firmata dal re il giorno dopo. Il 26 luglio ecco le decisioni della Santa sede. La scomunica di Papa Pio IX contro tutti coloro che avevano proposto e approvato la legge. Essa colpiva Vittorio Emanuele II, i membri del governo e quelli del parlamento. All'uscita delle legge si calcolò che sarebbero stati trentaquattro gli ordini religiosi privati della personalità civile, trecento trentuno fra monasteri e conventi per quattromila ciquecento quaranta religiosi, ventidue gli ordini che sarebbero rimasti con duecento settantaquattro comunità e quattromila e cinquanta religiosi. Successivamente, a decenni di distanza, un consuntivo registrò dati un poco differenti. La legge fu oggetto di continuo ostruzionismo poi la burocrazia ele liti giudiziarie, con ritardi al trasferimento dei beni alla Cassa ecclesiastica fecero il resto. Intanto la legge aveva sortito due effetti devastanti: colpito duramente il Piemonte clericale della Restaurazione e degli anni di Carlo Alberto ed andata in frantumi la solidarietà fra conservazione clericale e monarchia sabauda. In questo contesto la politica piemontese fra il 1848 e il 1861 impostò a grandi linee il quadro legislativo, in materia ecclesiastica, esteso poi all’Italia dopo l’unificazione. Due erano le tendenze: una prima separatista, volta ad eliminare privilegi ed esenzioni, secondo le esigenze dei moderni Stati liberali, e a ridurre la Chiesa all’interno del diritto comune, come imponeva l’obiettivo di allineare il Piemonte agli standard europei; una seconda neo giurisdizionalista che era di fatto un’ingerenza di intonazione nettamente anticlericale dello Stato nella Chiesa. Paradossalmente la Chiesa si riformò profondamente chiudendosi attorno al papato e centralizzando, cioè "romanizzando", tutta la propria struttura. Roma divenne contemporaneamente fonte del potere, centro di elaborazione del pensiero teologico, luogo di formazione del personale dirigente. L’unificazione nazionale produsse una trasformazione del cattolicesimo esattamente opposta a quella desiderata dalle classi dirigenti piemontesi e italiane. Di qui scenderà il gelo nei rapporti e solo nei primi anni del novecento si riprenderà a ragionare e confrontarsi su base politica ed ideale.