I gioielli della Corona

di Alessandro Claudio Giordano

Questa potrebbe essere una querelle tipicamente italiana in cui costume, storia e cronaca si incrociano animando e scuotendo la società.

Tutto ha inizio alcuni giorni dopo il referendum con cui gli italiani scelsero la Repubblica, quando Falcone Lucifero recatosi alla Banca d’Italia chiese ed ottenne di depositare uno scrigno appartenente ai reali ormai in fuga verso l’esilio,”….l’anno del 1946, il 5 giugno, alle ore 17 nei locali della Banca d’Italia, via Nazionale n.91 si è presentato il signor avvocato Falcone Lucifero, nella sua qualità di reggente il Ministero della Real Casa con l’assistenza del Grand’Ufficiale Livio Annesi direttore capo della Ragioneria del Ministero suddetto. L’avvocato Falcone Lucifero dichiara di aver ricevuto incarico da sua maestà re Umberto II di affidare in custodia alla cassa centrale della Banca d’Italia per essere tenuti a disposizione di chi di diritto gli oggetti preziosi che rappresentano le cosiddette ‘gioie di dotazione della Corona del Regno’, che risultano descritti nell’inventario tenuto presso il ministero della Real Casa e che qui di seguito si trascrivono”. Così si legge in un documento in carta da bollo da 12 lire, redatto tre giorni dopo il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, che portò alla proclamazione della Repubblica, in cui il ministro della Real Casa su ordine del re Umberto II consegnò al governatore della Banca d’Italia, Luigi Einaudi, la preziosa cassa con il Tesoro della Corona. In realtà i preziosi vennero nascosti una prima volta quando i militari tedeschi subito dopo l’armistizio cercarono di impossessarsene. E questo grazie ad alcuni funzionari dello Stato Italiano che li nascosero in una grotta ricavata tra i cunicoli scavati sotto via Nazionale, dove appunto ha sede la Banca d’Italia: il tutto avvenne con il consenso del governatore di allora della Banca d’Italia, Vincenzo Azzolini, che utilizzò il lavoro di un muratore, Enrico Fidani, il quale seppe mantenere il segreto durante i lunghi mesi dell’occupazione tedesca. Esattamente il 6 giugno 1944 di due anni dopo la Famiglia Reale tornava in possesso dei preziosi che torneranno in Banca d’Italia dopo il referendum e poco prima della partenza dei reali per l’esilio.

Ma di fatto questo scrigno cosa contiene? È un cofanetto rivestito in pelle a tre piani e protetto da 11 brillanti e 2 mila perle di diverse misure montati su collier, orecchini, diademi e spille varie. Le pietre sono di peso e taglio diverso per un totale di quasi 2 mila carati. Tra i gioielli ci sono per esempio, un diamante rosa montato su una grande spilla a forma di fiocco, così come i lunghi collier di perle indossati dalla regina Margherita. Einaudi, nei suoi diari annota alcuni dettagli sul contenuto del cofanetto: «Vi è il celebre diadema della Regina Margherita, portato poi dalla Regina Elena. Vi sono altri monili, fra cui quelli della principessa Maria Antonia. Trattasi in ogni caso di gioie le quali hanno avuto una storia particolare nelle vicende di Casa Savoia…” E’ difficile effettuare una stima del cofanetto. Peraltro dal giorno della consegna è stato possibile vederlo una sola volta. Nel 1976 la procura di Roma, in seguito a una storia che circolava in merito alla manomissione e al trafugamento di alcune spille appartenenti ai beni della corona, aveva deciso di rompere i sigilli. Il giudice Antonino Scopelliti, ucciso qualche anno più tardi dalla mafia, aveva disposto un’ispezione per constatare che tutto fosse in ordine, la verifica si era rilevata così un’occasione per fare catalogare e inventariare i gioielli dalla maison Bulgari. Dalla perizia della procura risultano 6.732 brillanti e 2 mila perle di diverse misure montati su collier, orecchini, diademi e spille varie. Le perle, in assenza di luce e aria, è probabile che siano in buona parte morte o annerite, ma all’epoca il gioielliere romano aveva valutato le pietre e le perle, escludendo quindi le montature e il valore storico, in almeno 2 miliardi di lire, circa 18 milioni di euro attuali secondo la rivalutazione Istat. Il valore commerciale è però potenzialmente 15 volte maggiore. In base alle valutazioni applicate nelle aste di Sotheby’s per i gioielli appartenuti a regine e principesse, il contenuto del cofanetto potrebbe valere attorno ai 300 milioni. Infatti lo scorso maggio a Ginevra fu battuto all’asta una piccola tiara appartenuta alla moglie di Amedeo I di Savoia per 1,6 milioni di dollari. E’ curioso però ricordare che ad esempio la Regina Margherita rinunciò ad indossare i preziosi dopo la morte del marito, assassinato a Monza “…le Gioie della Corona sono state consegnate a mia nuora Elena il 2 agosto 1900” Della Regina Margherita si ricorderà "il grande diadema", un gioiello formato da undici volute di grossi diamanti di taglio circolare, attraversate da un filo di perle e sormontate da altre undici a goccia; vi sono incastonati diamanti per un peso di circa 292 carati. A liquidazione del conto, che includeva anche la fattura di gioielli di minore importanza, venne consegnata alla ditta Musy una parure del 1835 circa in diamanti, perle, rubini, zaffiri e smeraldi. Per la realizzazione di questo prezioso gioiello, la stessa Margherita aveva fornito perle di sua proprietà personale. La sovrana lo porterà la prima volta per la festa di Capodanno di quell’anno e da allora lo indosserà in tutte le funzioni di Stato e per le fotografie ufficiali. Fibbie, bottoni di brillanti, spille sono l’abituale di preziosi che accompagnano le Regine che nell’ultimo scorcio di secolo rendono la corte elegante ed esclusiva. Dire che il contenuto dello scrigno rappresenti sarebbe un errore perché qualcosa è perso e molto ha lasciato l’Italia ancora con Maria Josè, la Regina di Maggio.  Fatto il punto sul patrimonio dovremmo poi capire a chi dovrebbe appartenere oggi. Essì perché i beni che componevano la dotazione della Corona erano annoverati dalla legislazione del Regno nella categoria dei beni non disponibili dello Stato, appartenenti quindi allo Stato e assegnati al re per l’adempimento delle sue funzioni, cioè posti al servizio dell’ufficio del sovrano, non della sua persona. Una distinzione prevista dallo Statuto Albertino e da due successive norme, una del 1850 e una del 1905. Al di là, dunque, anche del dettato della XIII disposizione della Costituzione repubblicana, ormai cancellata, che oltre a prescrivere l’esilio per il sovrano e i suoi discendenti, avocava allo Stato tutti i loro beni esistenti sul territorio nazionale. Nella Costituzione, la tredicesima disposizione finale e transitoria specifica: «I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato. I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli». La confisca, scattata nel dopoguerra su quasi tutto il patrimonio dei Savoia (beni mobili e immobili), però, non è mai stata esercitata su quei gioielli quindi? Nota a margine in un periodo in cui il paese non è minacciato nelle sue istituzioni sarebbe opportuno riconciliarsi anche con la storia e definire se o come esporre i gioielli della Corona (un’ipotesi attraverso il Ministero della Cultura ad esempio). Importante sarebbe comunque non esporre al confronto politico questa vicenda venendo a capo di una questione che merita di essere affrontata e risolta per il paese, perché dopo tanti decenni  tutto questo appartiene alle vicende storiche e non più politica della nostra Italia.