Al di là dell'emergenza: lo smart working

di Piero Giuseppe Goletto

In questi giorni di emergenza si è molto diffuso un modo di lavorare che viene definito Smart Working ma molto spesso è nella realtà concreta puro e semplice telelavoro.

 Telelavoro è lavoro svolto al di fuori dell’ufficio, in ambienti di lavoro non tradizionali, gli ambienti di “lavoro remoto” e di “lavoro virtuale”” (ad esempio negli stessi orari e con le stesse procedure) adoperando strumenti di comunicazione informatici e telematici. Nell’emergenza lo Smart Working è uno strumento per garantire la continuità aziendale e tipicamente è stato implementato grazie a reti virtuali che mantengono private le operazioni fatte in modalità remota. Nel ritorno alla “normalità” lo Smart Working servirà a ridurre rischi, attenuare disagi e contenere gli enormi danni economici e sociali che questa emergenza rischia di causare.

 Quando saremo davvero tornati alla normalità ci si renderà conto che lo Smart Working aiuta l’azienda a essere “anti-fragile”: per “anti-fragile” intendiamo saper cogliere dalle situazioni di crisi lo spunto per migliorarsi. E’ giusto dimostrare autonomia, impegno e senso di responsabilità da parte di tutti; è anche tempo di fare una riflessione di ordine più generale, perché per esperienza diretta di chi scrive lo Smart Working può offrire notevoli vantaggi.

 Lo Smart Working è caratterizzato da un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e non già basata sulla pura e semplice valutazione della quantità di lavoro svolta. Favorisce la crescita della produttività e insieme aiuta a conciliare i tempi di vita e di lavoro. Non è un modo di lavorare che tutti possono utilizzare: Un artigiano o un operaio che “fanno cose con le mani” difficilmente potranno lavorare in Smart Working.

 Lavorare per obiettivi, cioè con flessibilità e autonomia, rende centrale la comunicazione e l’auto-controllo di tutti.  La comunicazione tra chi è rimasto in sede e chi è “fuori sede” rendono essenziale la capacità di ascolto (anche quella dei capi, certo!). I capi devono tutelare l’equilibrio tra sfera professionale e privata, valorizzare l’impegno personale e il contributo individuale all’organizzazione. Nella comunicazione, o meglio nell’integrazione, rientra anche l’agevolare il reperimento delle informazioni utili per raggiungere gli obiettivi assegnati. Lo Smart Working non funziona se non ci si assume la responsabilità di raggiungere i risultati previsti ed occorre essere preparati a ciò. Quindi deve essere noto a tutti gli interessati “chi fa che cosa” e “come si è messi”.  Nello stesso tempo, però, lo Smart Working richiede anche banda sufficientemente potente per i collegamenti.

 Gli studi fatti sul fenomeno Smart Working osservano che si cerca di dimostrare il proprio impegno anche attraverso i contatti, le riunioni in videoconferenza con gli altri membri del team, la continua disponibilità on-line negli orari consueti, di preservare la fiducia dei propri colleghi e del proprio capo. Un elemento da non trascurare per niente è quello della sicurezza dei dati. Se le informazioni da trattare richiedono un’alta tutela, chi lavora in Smart Working dovrà servirsi di dispositivi conformi agli standard e alle politiche di sicurezza aziendale, abilitati a collegamenti protetti, con tecnologie di autenticazione rinforzate.  Anche il puro e semplice fatto di dedicare una stanza privata allo Smart Working è una forma di protezione. Forse l’avvento dello Smart Working aiuterà a riconoscere i veri benefici della presenza fisica sul luogo di lavoro, che non stanno nel “controllo” in sé della prestazione lavorativa ma nell’influenza reciproca, nell’empatia, nel gioco di squadra.